Tragedia – rispetto prima dei commenti

Davanti alle tragedie la prima reazione dovrebbe essere il silenzio.

La tragedia avvenuta alle Maldive, dove cinque subacquei italiani hanno perso la vita durante un’immersione in grotta e dove anche un soccorritore è morto durante le operazioni di recupero, è una di queste. Ma vale per ogni tragedia, subacquea o non.

In queste ore abbiamo letto di tutto.
Titoli approssimativi, ricostruzioni tecnicamente discutibili, parole usate a caso, giudizi sparati senza conoscere la subacquea, le immersioni tecniche, le grotte, le procedure, le condizioni ambientali e soprattutto senza conoscere ancora davvero la dinamica dei fatti.

Il problema non è raccontare una tragedia, il problema è raccontarla male.

Quando si parla di subacquea, basta poco per trasformare una notizia in disinformazione. Una parola sbagliata può cambiare completamente il senso di ciò che è successo. Confondere una bombola con “ossigeno”, un’immersione ricreativa con un’immersione tecnica, una profondità con un dettaglio folkloristico, significa non informare: significa creare confusione o, peggio, cercare visibilità.

E questo, davanti a delle vite perse, non è accettabile.

I giornalisti hanno il dovere di informarsi prima di pubblicare. Di chiedere a chi conosce questo mondo.
Ringraziamo quanti si sono informati e hanno pubblicato la notizia in modo impeccabile ma invitiamo gli altri ad evitare scorciatoie, sensazionalismi e semplificazioni.

Ma la responsabilità non è solo di alcuni giornalisti e media.

Anche nei commenti sui social si è letto troppo. Troppi giudizi, troppe sentenze, troppe frasi scritte da persone che non sanno nulla dell’accaduto e spesso nemmeno della subacquea. “Se la sono cercata”, “erano incoscienti”, “non dovevano farlo”, “bastava non entrare”: parole inutili, scritte da lontano, quando chi è morto non può più spiegare nulla e le famiglie stanno vivendo un dolore enorme.

La subacquea è una disciplina meravigliosa, ma complessa.
A certi livelli richiede formazione, esperienza, pianificazione e quando qualcosa va storto, le cause possono essere molteplici e quasi mai comprensibili da un titolo letto di fretta.

Per questo, prima di scrivere, bisognerebbe sapere e prima di commentare, bisognerebbe almeno avere rispetto.

Le tragedie non sono terreno per fare engagement, per cercare click o per sentirsi esperti nei commenti.

C’è poi un confine che non andrebbe mai superato: quello della speculazione sul dolore. Pubblicare ricostruzioni a caso, usare foto delle vittime, affiancarle a loghi, grafiche o messaggi autocelebrativi non è informazione e non è cordoglio. È solo ricerca di visibilità nel momento peggiore.

Sono momenti in cui servono rispetto, competenza e umanità.

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