Da quando sono disponibili sul mercato ho abbandonato gli orologi meccanici per gli smartwatch (ma forse un giorno, quando sarò pronto e conoscerò il mio corpo meglio, tornerò indietro). Il primo decente che ho avuto è stato il Samsung Gear S2. Era il 2015.
Mi affascinava la tecnologia in primis e lo usavo soprattutto per essere ancora più connesso: poter ricevere notifiche anche sull’orologio, poter rispondere al posto del telefono e poter settare altre funzionalità.
Ne ero quasi schiavo, prendevo le telefonate anche quando ero in bagno o stavo sciando. È diventato troppo, così ho finito per disattivare tutte le notifiche e ad usarli per monitorare solo sport e salute, cosa che faccio tutt’ora. Ho silenziato tutto, email e messaggi, anche sul cellulare e vivo molto meglio, ho meno distrazioni e più libertà, per lo meno mentale.
Da Samsung sono passato a Garmin e ho cambiato tre modelli fino a quello di oggi, il Fenix 8 pro.
Adoro Garmin, è un altro mondo per me rispetto a Samsung e soprattutto lo trovo molto più sviluppato per quello che interessa a me: palestra, sci, sci da alpinismo, mtb, e-mtb, trekking, corsa e subacquea. Per la subacquea purtroppo però questo modello si ferma a -40 metri ma per me non è un problema sia perché raramente scendo oltre, sia perché porto con me comunque un computer subacqueo.
Tralasciando però il mondo sport, quello che mi interessa molto è la salute e con Garmin misuro moltissimi parametri: da quelli più comuni come sonno, cuore, stress e respirazione ad altri più complessi come VO2max, HRV e training status.

Per un periodo ho anche monitorato i pasti e le calorie ma diventava un lavoro e ho smesso di farlo.
Ultimamente mi sono arrivati i dati di una ricerca di mercato svolta da EoIpso per Cerba HealthCare Italia e sono rimasto sorpreso nel vedere uno scarso utilizzo degli smartwatch e dei wearable in generale.
Secondo i dati, il 34,3% degli intervistati utilizza smartwatch, smartband o app per monitorare la propria salute, mentre il 65,7% non ne fa uso. L’adozione è fortemente legata all’età: tra gli under 35 l’utilizzo è maggioritario, mentre cala sensibilmente nelle fasce più adulte.
Tra chi utilizza questi strumenti, il monitoraggio è ormai un gesto abituale: l’86% controlla i propri dati almeno una volta al giorno e quasi una persona su due lo fa più volte nell’arco della stessa giornata. Nonostante questa frequenza d’uso, i wearable sono ancora percepiti soprattutto come gadget, legati al benessere e allo stile di vita. Il conteggio dei passi e dell’attività fisica rappresentano infatti circa due terzi delle funzioni più utilizzate, mentre i parametri più vicini a una lettura clinica restano ancora marginali. Eppure, qualcosa sta cambiando: lo sviluppo di questi dispositivi è sempre più orientato alla salute e chi osserva con attenzione la comunicazione dei principali produttori può già cogliere con chiarezza questa evoluzione.
Ci sono parametri importantissimi, per es. il VO2max, conosciuto solo dal 9% dei mille italiani intervistati. Eppure, il VO2max è considerato dagli esperti il miglior indicatore della forma fisica e della salute a lungo termine.
Invito gli amici ad approfondire questo aspetto…

Il punto, dunque, non è avere tutto sotto controllo dal polso. Il vero tema è cosa facciamo con quei dati. Se i wearable restano solo gadget che contano passi e notifiche, rischiano di essere l’ennesimo prodotto di cui diventiamo schiavi. Se invece diventano strumenti per conoscerci meglio, prevenire, allenarci con più consapevolezza, rispettare sonno e recupero e intercettare segnali utili per la nostra salute, allora cambiano davvero valore.
Forse è proprio questo il passaggio che manca oggi: andare oltre il fascino della tecnologia e oltre il marketing, per tornare alla sostanza.
Ne parlo su Il Sole 24 Ore 06/05/2026
