Se chiude Wired Italia…

Chiude Wired Italia e non è solo una notizia di settore.

Solo un mese fa eravamo a Wired Health a Milano, insieme ai giornalisti della redazione.
Tutto sembrava normale e invece no. Un paio di giorni fa arriva la comunicazione: Roger Lynch, il Ceo di Condé Nast, ha deciso di chiudere la testata giornalistica. E finisce così.

La prima reazione è dispiacere. La seconda è più scomoda perché il problema non è Wired.
Il problema è il contesto in cui si muove oggi chi fa contenuti.

La chiusura di Wired Italia non dipende dalla qualità del prodotto, ma da un problema strutturale dell’editoria: il modello di business. Internet ha reso l’informazione accessibile e spesso gratuita, mettendo in crisi modelli tradizionali come pubblicità e abbonamenti, mentre alternative come donazioni o partnership non sono sufficienti a garantire sostenibilità.

La difficoltà aumenta per le testate di nicchia, che hanno un pubblico più limitato e quindi meno risorse. Allo stesso tempo, esiste una responsabilità diffusa: lettori, aziende, agenzie e istituzioni spesso chiedono visibilità senza contribuire realmente al valore economico dei media.

Il risultato è un sistema fragile, dove anche brand autorevoli possono chiudere. Serve quindi una nuova consapevolezza collettiva: i media hanno valore e, per sopravvivere, devono essere sostenuti da tutto l’ecosistema senza comprometterne l’indipendenza.

E qui c’è anche una parte personale.

Anch’io avevo smesso di comprare il magazine da anni, non perché non mi piacesse, anzi.
Semplicemente, non era più nel mio modo di consumare contenuti.

Per anni abbiamo pensato che bastasse fare contenuti di qualità, che prima o poi sarebbero stati trovati ma oggi non funziona più così. Puoi avere contenuti eccellenti e non esistere comunque, perché il punto non è più solo essere presenti, è essere scelti.

Prima la sfida era posizionarsi su Google. Oggi la sfida è entrare nella risposta, le persone non navigano più come una volta, chiedono. E un algoritmo, di AI decide cosa mostrare.

È un cambiamento enorme, e non riguarda solo l’editoria. Ma forse non è nemmeno questo il vero problema.

Ventitré anni fa, quando lavoravo a ScubaPortal, il problema era opposto: c’era poco materiale e tanta fatica nel costruirlo. Oggi il contenuto è ovunque.
La vera sfida è organizzarlo, valorizzarlo, renderlo rilevante nel momento giusto.

È qui che entra in gioco la capacità di essere presenti nei sistemi che oggi costruiscono le risposte. Non è più solo una questione di visibilità, è una questione di selezione.

Per questo la chiusura di Wired Italia non è solo una notizia. È un segnale.

E dispiace perché dietro ci sono persone, professionalità, valore, storie, e perché ogni volta che si spegne una voce autorevole, si riduce uno spazio di pensiero.

In fondo, questa non è solo la storia della chiusura di una rivista. È il riflesso di un cambiamento più profondo, che riguarda tutti noi: come leggiamo, come scegliamo, come diamo valore ai contenuti. Wired Italia si ferma, ma le domande che poneva restano più attuali che mai. Forse il punto non è salvare un formato, ma capire come continuare a dare spazio a idee, visioni e qualità in un mondo che corre sempre più veloce. E da questo punto di vista, la partita è tutt’altro che finita.

Ironico che l’ultimo numero fosse dedicato alla vita eterna.

fine wired italia