Giovedì ero a una cena speciale, ospite di Partoo.
Una cena di marketing, una di quelle che adoro, dove si parla per confrontarsi su un argomento specifico. Una ventina di persone con esperienze diverse con cui discutere, tra un piatto e l’altro, di un tema che oggi è ancora sottovalutato: la GEO, la Generative Engine Optimization.
A un certo punto, tra un piatto e l’altro, ho fatto una domanda che mi girava in testa da un po’: ha davvero senso parlare di B2AI? Business to Artificial Intelligence.
Perché va bene lavorare per farsi trovare su ChatGPT, su Google Gemini e su tutte le piattaforme che stanno arrivando, ma forse il punto non è più solo essere trovati. Forse il punto è iniziare a vendere alle AI, o meglio, tramite le AI.
Per anni abbiamo costruito strategie B2C (business to consumer) o B2B (business to business) e anche B2B2C. Sempre con lo stesso obiettivo: convincere una persona. Portarla su un sito, farle leggere contenuti, accompagnarla in un funnel, chiudere una conversione.
Oggi quel percorso sta cambiando.
Sempre più spesso non è l’utente che cerca, confronta e decide. È un sistema che lo fa per lui. Un agente AI che interpreta il bisogno, filtra le opzioni, seleziona le alternative e, in alcuni casi, arriva fino alla scelta finale.
E in questo scenario cambia tutto. Non tanto la tecnologia, ma l’interfaccia del mercato.
Prima il punto di contatto era il motore di ricerca. Poi il sito. Poi l’e-commerce. Oggi è l’AI.
E qui arriva il passaggio chiave: non basta più essere visibili. Devi essere comprensibile, leggibile dalle AI.
Qui entra in gioco la GEO, che molti stanno ancora confondendo con una nuova SEO.
Non lo è. È un cambio di paradigma.
La SEO lavora per portarti traffico.
La GEO lavora per farti scegliere.
E per farlo non bastano le keyword. Servono tre cose molto più profonde.
La prima sono i dati strutturati.
Perché le AI non leggono le pagine come noi. Le interpretano. Collegano entità, relazioni, contesti. Se i tuoi dati non sono chiari, coerenti e accessibili, semplicemente per loro non esisti.
La seconda sono i contenuti.
Ma non quelli scritti scalare la classifica di Google. Contenuti pensati per essere sintetizzati, citati, riutilizzati che rispondono davvero e arrivano subito al punto.
La terza è la reputazione.
Le AI non si fidano di una sola fonte, incrociano informazioni, valutano coerenza, leggono recensioni, citazioni, autorevolezza. La reputazione diventa dato.

Durante quella cena, mentre ne parlavamo, mi è sembrato che tutti fossimo allineati su questo. Ma noi siamo del mestiere. Lo sono i nostri clienti? Riusciamo a passare il concetto o ci vorranno anni come era successo in molti casi per la SEO?
Ecco, il rischio oggi è esattamente questo. Procrastinare e continuare a ragionare in ottica B2C in un mondo che sta già andando verso il B2AI.
Attenzione, non significa che smettiamo di vendere alle persone, che smettiamo di pensare a B2C e B2B. Significa però considerare anche il nuovo intermediario, l’AI. E spesso è lui che decide cosa mostrare, cosa suggerire, cosa mettere in cima alla lista.
Quindi la domanda non è più: “Il mio brand è visibile online?”
La domanda diventa: “Le AI capiscono davvero il mio valore?”
Perché se non lo capiscono, non ti propongono.
E se non ti propongono, sei fuori dal gioco.
Il B2AI non è una moda. È una conseguenza logica dell’evoluzione tecnologica che stiamo vivendo.
E chi inizia oggi a lavorarci sopra non sta semplicemente anticipando un trend. Sta costruendo un vantaggio competitivo che, tra qualche anno, sarà difficile recuperare.
Durante quella cena nessuno aveva una ricetta magica per sfondare nella GEO. Ed è proprio questo il bello. Siamo in un momento in cui le regole si stanno scrivendo adesso.
Ma una cosa era chiara a tutti.
Non basta più farsi trovare.
Bisogna iniziare a farsi scegliere. Anche dalle AI.
